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UK, la lezione che Renzi deve imparare


Il fatto

Parlamentare da quasi 20 anni, ministro per 6, Theresa May, scelta dai Conservatori come capo del partito dopo le dimissioni di David Cameron, ha fatto la sua visita di cortesia istituzionale alla Regina d’Inghilterra (memorabile quella di Blair nel 1997, immortalata nel film The Queen). In quanto capo del partito che ha la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Deputati, Theresa May ha diritto di diventare Primo ministro. Nessuno, nell’opposizione laburista e liberaldemocratica, nei mass media, fra gli intellettuali, nell’opinione pubblica, dirà che non è stata “eletta”. Eppure, nessuno degli elettori del maggio 2015 sapeva che il suo voto, soprattutto se a favore dei conservatori, avrebbe portato alla Premiership di Theresa May. Adesso, cumulerà le due cariche; anzi, resterà Primo ministro fintantoché godrà del sostegno del suo partito. Altrimenti, com’è già succeduto ai due più potenti Primi ministri del dopoguerra, Margaret Thatcher e Tony Blair, dovrà andarsene. Glielo faranno sapere i suoi parlamentari e gli attivisti dei constituency parties (i partiti nei collegi uninominali) se il suo modo di governare fa perdere voti e danneggia il partito ponendo a serio rischio ri-elezioni e vittorie. Il Primo ministro May non riterrà che il partito e i suoi attivisti sono un impaccio, un ostacolo, un peso morto, qualcosa da trascurare, se non da dimenticare, per governare meglio. Al contrario, terrà conto delle opinioni del partito per rimanere (o ritornare) in sintonia con l’elettorato, non soltanto quello conservatore. May non esalterà nessuna democrazia immediata, sapendo che deve la sua carica ai parlamentari conservatori, e non parlerà di nessuna democrazia decidente, consapevole che le decisioni vanno costruite, nel partito e nel parlamento, anche discutendo con l’opposizione e accettandone le proposte migliori. Abitualmente, circa l’80 per cento delle leggi approvate nel Parlamento inglese ottengono il voto favorevole anche dell’opposizione. Chiedo scusa ai lettori, ma, nonostante la mia conoscenza dell’inglese sia di ottima qualità, non saprei come tradurre “inciucio”, termine sconosciuto nella prima grande democrazia parlamentare poiché gli accordi fra governo e opposizione, ovviamente non sulle leggi qualificanti, fanno parte integrante delle modalità di funzionamento di quelle democrazie. Altrettanto integrante è il dissenso che alcuni parlamentari esprimono apertamente anche nei confronti del loro governo magari per diversità di valutazioni e per impegni di rappresentanza politica del loro collegio, dal quale sono stati selezionati, nel quale per lo più abitano e vivono, del quale intendono proteggere e promuovere gli interessi anche con l’obiettivo di essere ricandidati, senza certezza di vittoria se non sapranno convincere gli elettori. Tutto molto britannicum che, tradotto nel dibattito dentro il PD sulla coincidenza della carica di capo del partito con quella di Presidente del Consiglio suona così: è giusto che il capo del partito che vince le elezioni (con l’Italicum non lo sapremo affatto la sera stessa, ma al ballottaggio, due settimane dopo) diventi anche capo del governo. Non è la coincidenza delle due cariche che deve essere messa in discussione. E’ la capacità di svolgere in maniera efficace e produttiva entrambi i compiti. Dal Partito democratico, per quanto malandato e mal tenuto, è venuto il consenso, elettorale e in numeri parlamentari, gonfiato dal premio di maggioranza, che ha fatto di Renzi il Presidente del Consiglio. Se Renzi non è in grado, per incapacità, inclinazioni autoritarie, disinteresse, di fare il segretario del partito, meglio che lasci e gli subentri qualcuno, anche di sua fiducia, che faccia del partito uno strumento, non di ossequio al capo del governo e di conformismo, ma di rapporto vivo e vivace fra il governo, i sostenitori del PD, gli elettori. Tutto il resto è, direbbero gli inglesi, grandstanding, vale a dire una sceneggiata.

Pubblicato il 15 luglio 2016

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