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Il sogno di un’Italia virtuosa

Un italiano importante, un europeista convinto: Ciampi avrebbe sicuramente accettato la seconda definizione e obiettato alla prima. No, non ha mai cercato di essere importante. Né, tanto meno, ha mai tentato di caratterizzarsi come esemplare. Il suo stile, asciutto e sobrio, lontanissimo dalla retorica e dalla vanità, lo ha portato sempre e soltanto sul sentiero del dovere, dell’adempiere nel migliore dei modi possibile ai compiti, dai più semplici, come sottotenente nella seconda guerra mondiale, ai più delicati e complessi, da Governatore della Banca d’Italia a Presidente del Consiglio, da Ministro dell’Economia a Presidente della Repubblica, che non aveva cercato. Furono compiti che gli vennero di volta in volta affidati perché Carlo Azeglio Ciampi è stato una persona credibile, competente, che si dedicò con impegno a ciascuno dei ruoli e delle cariche, importantissime, che accettò di ricoprire. Il suo percorso è stato assolutamente prestigioso, senza precedenti e difficilissimo da imitare.

Senza nessun esibizionismo Ciampi combinò in sé il meglio di una cultura politica, della quale non si vantò mai, ma che fu sempre visibile, quella del Partito d’Azione. Nella Resistenza e nel dopoguerra, Ciampi operò con spirito patriottico. La patria umiliata e offesa, portata alla morte senza dignità dal fascismo, doveva essere ricostruita. Lo si poteva fare cominciando dal senso del dovere, non esaltando la nazione, ma i valori della Costituzione, non con dichiarazioni rituali, ma con comportamenti concreti, onorandone i simboli a cominciare dalla bandiera, nella piena consapevolezza che soltanto chi ha amor di patria può diventare in piena coerenza un sostenitore dell’Europa. No, secondo Ciampi, la premessa per cittadini che vogliono costruire un’Europa politica federale non consiste affatto in una debole identità nazionale. Nessuno degli azionisti con i quali aveva interagito e con i quali aveva combattuto battaglie concrete e ideali pensò mai di cancellare l’amor di patria. Anzi, tutti loro, da Piero Calamandrei a Ernesto Rossi a Altiero Spinelli, sempre pensarono che solo chi tenta di costruire una patria migliore riuscirà a orientare e a utilizzare le sue energie anche nella lunga opera di unificazione politica europea.

Si racconta che, quando, anche grazie alle sue competenze e alle sue capacità, cominciò la storia della moneta unica, dell’Euro, Ciampi si commosse. Sì, era riuscito, con il suo prestigio personale e professionale a portare l’Italia all’adesione immediata, con i paesi economicamente “virtuosi”, alla moneta unica. Molto più di altri, Ciampi sapeva che l’Euro era soltanto un passo, per quanto grande, soltanto uno strumento, per quanto importante, per progredire sul cammino che dovrebbe portare l’Europa a dotarsi di una unica autorità in grado di sovrintendere alla politica monetaria ed economica. Ciampi non ritenne mai che la responsabilità del mancato progresso in questa direzione dovesse essere attribuita a una fantomatica Europa. Conosceva perfettamente e criticava sommessamente gli egoismi e gli errori dei governanti dei diversi Stati-membri. Colse subito la problematicità nel 2004 di un allargamento troppo ampio e troppo rapido ai sistemi politici ex-comunisti dell’Europa centro-orientale, poco e male preparati, dal punto di vista amministrativo e socio-economico, a entrare in un consesso omogeneo e sviluppato, ma fu consapevole che l’Europa che esisteva poteva comunque contribuire a fare crescere e consolidare le democrazie di quei paesi (processo che, ancora oggi, presenta non poche difficoltà).

Il suo settennato presidenziale (1999-2006) dovette fare i conti con i governi sostanzialmente Euroscettici di Silvio Berlusconi, per di più alleato con e condizionato dalla Lega, nella sua spirale che miscelava secessionismo con l’ostilità all’Euro e all’Europa. Più volte levò la sua voce a sostegno di una certa idea d’Italia, quella che agisce da partner attivo e affidabile sulla scena europea, e di una certa idea di Europa, che mira alla coesione e che fa leva sugli Stati-membri tentando di diventare “un’unione sempre più stretta”. Le sue riflessioni sull’Europa e le sue speranze sul ruolo dei giovani, le generazioni Erasmus, nel fare avanzare e nel perfezionare quanto le generazioni dei padri avevano iniziato, furono sempre semplici, misurate, scarne, ma non meno appassionate. Per Ciampi, l’Europa non era un sogno e neppure un destino. Era un futuro al quale gli italiani potevano e dovevano dedicarsi, nel quale solo sarebbero riusciti anche a rendere migliore la loro stessa patria.

Pubblicato AGL 17 settembre 2016

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