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I commenti e la “farina” dei giudizi

Faccio molta fatica a vedere dove sta lo scandalo se un commentatore del “Financial Times” scrive che le riforme costituzionali di Renzi sono “un ponte verso il nulla”. Faccio molto meno fatica, ma provo parecchio fastidio, quando la stampa italiana, i suoi commentatori, i guru televisivi riportano con grande rispetto ed esagerato provincialismo qualsiasi affermazione delle banche d’affari USA, delle agenzie di rating, di qualche ambasciatore, di alcuni professori di storia (ma non di geografia) non particolarmente noti per essere esperti della complicata politica italiana. Nessuno che si chieda mai da dove traggono le loro opinioni i diversi commentatori della politica italiana, compresi, sia chiaro, i corrispondenti delle varie testate estere? Possibile che nessuno sappia e dica alto e forte che molto dipende dalle fonti alle quali attingono i giornalisti che, spesso, in questa come in troppe altre occasioni, fanno affidamento su qualche battuta scambiata al telefono con uno, lo dirò proprio così, di noi, incontrato per caso, sembrato simpatico e persino autorevole, ma i cui giudizi dovrebbero pur sempre, non tanto essere accompagnati da giudizi contrapposti, ma da un minimo di controllo sulla loro corrispondenza alla realtà?

È plausibile che faccia male io a sostenere che tanto il “Wall Street Journal” e la banca d’affari JP Morgan quanto l’Ambasciatore USA e l’agenzia di rating Fitch hanno sostanzialmente utilizzato poche affermazioni raccogliticce piuttosto che ricorrere a informazioni e dati che nel loro paese verrebbero accuratamente controllate? No, sono i giornalisti italiani che sbagliano a riportare queste opinioni senza chiedere, basterebbe anche una semplice telefonata, grazie a quale fonte: persona, libro, ricerca, sondaggio, Facebook e Twitter, sono state elaborate quelle interpretazioni e, nel caso del referendum, le valutazioni sia delle riforme costituzionali sia, non soltanto qualora risultasse vittorioso il NO, delle conseguenze.

Naturalmente, alcuni degli studiosi italiani di politica e di economia sono noti all’estero. Vengono più o meno spesso intervistati. Scrivono articoli e pubblicano libri, in inglese, il che accresce le loro probabilità di essere letti. Tuttavia, per ottenere il doppio esito di influenzare le opinioni altrui ed essere citati è indispensabile che le loro opinioni e le loro ricerche siano affidabili e, in misura, più o meno grande, comunque sempre variabile, appaiano convincenti, dotate di potere esplicativo. Nel pieno della crisi 1992-1994, il famoso, abitualmente definito “autorevole”, settimanale inglese “Economist” mi intervistò, si appropriò della mia valutazione: “La crisi è creativa”, e la utilizzò, senza citarmi. Molti, in Italia, invece, citarono l’Economist per lo più in maniera approvativa. Se, adesso, il “Financial Times” indirettamente utilizza come fonte un lungo commento, di cui sono stato autore unitamente a Andrea Capussela, pubblicato e visibile sul sito della London School of Economics, non posso che esserne lieto. Condivido quasi tutte le valutazioni che l’autore dell’articolo del FT dà delle riforme costituzionali di Renzi, ma non sono un’eminenza grigia e neppure un suggeritore. L’articolo è e rimane (apprezzabile) farina del sacco dell’autore inglese. Chi non condivide produca altra, controllabile e migliore farina!

Pubblicato AGL 7 ottobre 2016

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