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Tina Anselmi. Una Italia migliore

Gli elogi impropri, esagerati, male informati provenienti da persone che non hanno mai manifestato nessun apprezzamento per la sua azione politica non avrebbero disturbato più di tanto Tina Anselmi. Non perché si sentisse superiore. Al contrario, perché il suo stile di vita, sobrio e riservato, e il suo modo di fare politica, privo di qualsiasi concessione alle esagerazioni e alla spettacolarità, semplicemente non contemplavano mai ipocrisie e servilismi. Tuttavia, quegli elogi postumi, provenienti da donne che occupano oggi posizioni di rilievo nelle istituzioni e al governo, non per la loro storia e meno che mai per provate capacità, ma perché sono state cooptate dagli uomini, segnalano qualcosa d’importante sulla politica del passato e sulla politica contemporanea. Una riflessione sul percorso personale e politico, non sulla “carriera” di Tina Anselmi serve a capirne di più e ad apprezzare le sue qualità nella misura giusta ed equilibrata che lei avrebbe certamente gradito. Questa riflessione dice anche molto sul partito della Democrazia Cristiana, vero Partito della Nazione, in grado di reclutare, di selezionare, di promuovere, di rimanere aperto, qualche volta forse fin troppo permeabile, a una pluralità di apporti e di gruppi, qualche volta non sufficientemente controllati, ma, per lo più, almeno dagli anni sessanta alla metà degli anni ottanta, capace di cogliere il merito e di premiarlo.

Nel 1975, Giampaolo Pansa pubblicò un libro di ricerca molto importante, oggi un vero documento storico: Bisaglia. Una carriera democristiana. Sfruttando senza nessuno scrupolo le sue connessioni e gli appoggi molto interessati di banche e Coldiretti, Antonio Bisaglia si costruì un Veneto, uno dei bacini più importanti, più ampi e più affidabili di voti democristiani, una carriera personale che lo portò ai vertici della DC. In contemporanea, a riprova che la politica non è inevitabilmente destinata a farsi sottomettere e dominare da interessi esterni, di qualsiasi tipo, più o meno inclini e capaci di farsi ricompensare, Tina Anselmi percorreva gradualmente con impegno un molto diverso cursus parlamentare. Eletta alla Camera dei deputati per la prima volta nel 1968, a 41 anni, fu rieletta altre cinque volte. Sottosegretaria al Lavoro in tre governi guidati da Rumor e da Moro, divenne Ministro del Lavoro (prima donna italiana) poi Ministro della Sanità nei governi guidati Andreotti. L’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale fu uno dei suoi grandi successi. In seguito, proprio per le sue caratteristiche personali, di intransigenza, non ostinazione, di equilibrio, di correttezza, fu nominata alla presidenza della Commissione che indagava sulla loggia massonica P2: un lavoro improbo e ingrato che svolse con assoluto rigore.

Nel frattempo, la DC cambiava pelle diventando, da un lato, incapace di rimanere aperta al nuovo, incapsulandosi nel soffocante schieramento dei governi del pentapartito, dall’altro, riducendo gli spazi della sinistra interna. E’ la triste, non soltanto per molti democristiani, storia dell’inizio di un declino, quasi un’eutanasia consapevole ad opera di Forlani e Andreotti. Per molte buone ragioni, Tina Anselmi, morotea per temperamento, per stile e per ammirazione politica per Moro, veniva lentamente e inesorabilmente messa ai margini. La storia successiva, con il crollo della DC e la politica della personalizzazione e della spettacolarizzazione, dell’immagine che fa aggio sulla sostanza, delle ambizioni senza nessun ritegno, non poteva più appartenerle.

E’ sempre molto rischioso andare alla ricerca delle eredità politiche e dei successori. Sicuramente, Tina Anselmi non si è mai preoccupata nella sua azione politica di costruire un lascito. La sua politica trovava una ricompensa in se stessa, nell’impegno ad agire con onestà per ottenere risultati per gli altri, per conseguire miglioramenti nelle politiche sociali, non per agitare qualche successo personale risonante. Pur consapevole di avere infranto quello che alcune donne definiscono “soffitto di cristallo” diventando la prima donna ministro, Tina Anselmi non ha mai creduto né nelle cordate di donne in politica né nelle quote che ne favorissero le ambizioni e le carriere. Pur ovviamente solidale con molte di loro, preferiva che le rivendicazioni delle donne fossero adeguatamente sostenute e giustificate dalle loro competenze e dai meriti. No, non ci sono oggi nella politica italiana donne in grado di vantare credibilmente un titolo politico (e personale) alla successione di Tina Anselmi (e neppure di Nilde Iotti, da lei stimata e ricambiata). Di questi tempi, l’esempio della buona politica di Tina Anselmi non sembra essere né di moda né imitabile.

Pubblicato AGL 2 novembre 2016

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