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Un esecutivo politico per le riforme

Un No molto ampio e sonoro ha bocciato le riforme, pasticciate, confuse e un tantino costituzionalmente pericolose del governo Renzi-Boschi. Tuttavia, coloro che, sia pronunciandosi a favore sia opponendovisi, hanno fatto campagna elettorale o l’hanno seguita da vicino sono pienamente consapevoli che alcune riforme possono e debbono essere fatte. In maniera condivisa e condivisibile, passata la buriana, il percorso riformatore può ripartire da un punto più avanzato e meglio attrezzato e procedere rapidamente.

Inevitabili, a causa dell’ingente personalizzazione delle “sue” riforme e della “sua” campagna elettorale, spinta sostanzialmente sulla soglia del plebiscitarismo e, talvolta, persino un po’ al di là, sono state le dimissioni di Renzi. Le aveva preannunciate, anche come strumento per raccogliere i voti di elettori che temessero l’instabilità governativa. Ha dovuto darle per stare alla parola data già violata quando, pur avendo assicurato che sarebbe andato a Palazzo Chigi solo dopo un passaggio elettorale, accettò (o sollecitò) l’incarico da Napolitano (il Presidente Emerito, troppo espostosi, è l’altro sconfitto eccellente del referendum). Adesso, è tornata l’ora di fare parlare la Costituzione per la bocca autorevole del Presidente Mattarella. E la Costituzione italiana, pur nella sua innegabile flessibilità, certamente voluta dai Costituenti, costituisce una guida preziosa per la costruzione di un futuro accettabile nel breve e nel medio termine.

Forse Mattarella chiederà a Renzi di dimettersi in Parlamento, com’è la prassi nelle democrazie parlamentari, spiegando che cosa è successo, che cosa ha imparato, che cosa pensa che il Parlamento in carica debba e sia in grado di fare. D’altronde, è stato lo stesso Renzi a ripetere più volte che la legislatura terminerà alla sua scadenza naturale, tra febbraio e marzo 2018. Non si potrà arrivare a quella data né con un “governicchio tecnichicchio” (alate parole di Renzi) né con un governo che non sia affidato a un esponente del Partito Democratico. Data la sua notevole, ancorché gonfiata dal premio in seggi, maggioranza alla Camera dei Deputati, il Partito Democratico ha il diritto politico, ma anche il dovere istituzionale di costruire un governo capace di svolgere i due compiti fondamentali che rimangono in questa legislatura: primo, emendare e approvare una solida Legge di Bilancio che risponda alle regole europee e che soddisfi la, giustamente esigente, Commissione europea; secondo, riscrivere l’Italicum, tenendo in grandissimo conto i rilievi che certamente saranno fatti dalla Corte Costituzionale oppure, meglio, a mio modo di vedere, scrivere ex-novo una legge elettorale per la Camera e per il Senato. Se, poi, Mattarella non fosse troppo timido potrebbe suggerire il ritorno, con qualche opportuna modifica, alla legge di cui fu relatore più di vent’anni fa e che diede risultati apprezzabili.

Se Renzi non si metterà di traverso e, comportandosi quasi da statista, consentirà per il bene del paese al suo partito di esprimere un nuovo capo di governo, saranno fatte cadere tutte le richieste di elezioni anticipate e immediate per le quali non esistono le condizioni minime necessarie e che rischierebbero di aprire una fase tormentata inevitabilmente accompagnata dall’acuirsi di problemi economici. Sarà anche vero che gli italiani danno il meglio di sé nell’emergenza. Tuttavia, credo che sarebbe di gran lunga preferibile se, da subito, imparassero a governare e a farsi governare nella quotidianità secondo le regole della Costituzione che non hanno voluto sovvertire, ma che hanno deciso di mantenere. Hic et nunc: qui e adesso.

Pubblicato AGL 6 dicembre 2016

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